La via delle emozioni è a doppio senso.

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A inizio marzo mi trovavo alle Cinque Terre – luogo nel quale si allungano le mie radici migliori, quelle che tuttora mi nutrono con la linfa dolce dei ricordi – e come spesso mi accade quando sono li, mi sono inerpicato sui monti che sprofondano a picco nel mare del golfo e ne costituiscono, almeno ai miei occhi, il completamento e la continuazione più che il limite, poiché abitati dallo stesso spirito languido eppure tumultuoso.  Questa volta, tuttavia, a differenza di quasi sempre, sono partito per la mia corsa in compagnia di un ragazzo del luogo, che poi non è tanto un ragazzo visto che ha quasi la mia età e se lo chiamo così, ragazzo, è solo per illudermi che il passare del tempo si possa prendere in giro con le parole. 

Cuore da cavallo, come dice lui, e grande allenamento alla corsa in montagna, il mio amico si inerpica sbuffando, ma a passo sostenuto, e appena la pendenza del sentiero lo permette, ammorbidendosi, lui cambia approccio e marcia, diventa più leggero e con le scarpe sfiora appena la terra dei sentieri e i sassi. Attitudine che diventa quasi scriteriata in discesa, dove raggiunge velocità che, se fossimo in strada, oppure in mare, gli varrebbero l’appellativo di pirata. Viene da chiedersi come faccia, a scendere con quella rapidità. Mentre io penso a frenare, lui spinge, balza da una pietra all’altra, quasi che tra i suoi piedi e la montagna vi sia un non detto, un’intesa segreta, e per questo ancora più forte, che non prevede tradimenti. 

Corre, suda, sbuffa, parla e mi racconta come mai ora è così, come mai corre tanto. Mi dice che da ragazzo ha sofferto molto: crisi d’ansia, attacchi di panico. Vivendo in un paese, in questi casi, le risposte che si trovano al dolore sono poche o comunque meno delle domande. 

Un po’ si è curato con le medicine, poi ha iniziato a correre. Nella bella stagione, gli capita di fare anche venti chilometri al giorno seguendo l’ispirazione del momento: si mette le scarpe e sale su e scende giù. Dire che ora sia tranquillo non si può, ma di certo ha trovato una compensazione, un equilibrio fatto di balzi audaci sulle scarpate, a mille all’ora, di salite che fanno scoppiare i polmoni, ma sempre un equilibrio, un modo che gli permette di vivere e a tratti di sentirsi felice. Lui sa, per averlo provato direttamente, che il corpo può aiutare la mente. Può limitarne le spinte verso l’oscurità, bilanciarle con qualcosa di bello, faticosissimo, ma almeno per lui (e anche per me) straordinariamente gratificante.

A una conclusione simile, anche se un poco più argomentata, è arrivata Amy Cuddy, docente alla Harvard Business School. Ne parla nel suo bellissimo libro “Il potere emotivo dei gesti”, ma anche nel suo toccante intervento su Ted Ex. A proposito di emozioni, svela Amy, riteniamo che nascano nella mente e si manifestino attraverso il corpo; ma non siamo altrettanto consapevoli che la catena causale delle emozioni possa seguire anche il percorso inverso, vale a dire procedere dal corpo alla mente. Come? Semplicemente, assumendo determinate posture. Nello specifico, la Cuddy afferma che due minuti di pose di potere (ad esempio stare seduti, con la schiena dritta, le spalle bene aperte, il mento che punta verso l’orizzonte e le gambe larghe, oppure incrociate) possano aumentare la produzione di testosterone, l’ormone dell’assertività, del 20% e ridurre quella di cortisolo, l’ormone dello stress, del 25%. Viceversa, le pose di impotenza (ad esempio stare seduti con le spalle curve, il torace compresso e le gambe accavallate), aumentano la produzione di cortisolo del 15% e riducono quella di testosterone del 10%. 

Dunque il corpo, con le sue posture, può incidere sulle nostre emozioni e farci sentire meglio oppure peggio, più presenti e in controllo, oppure meno. Trovo tutto questo molto interessante, perché fornisce uno strumento concreto e piuttosto semplice da usare, sia per gestire la tensione nell’immediato, quando si affaccia nella nostra vita e ci ricaccia il respiro in gola, sia per generare quel senso di presenza e forza che aiuta certe performance, sportive e non solo.  

A proposito di buone pratiche consiglio senz’altro, a chi ne avesse voglia, di leggere il libro della docente di Yale, o almeno di guardare il video che è breve e molto coinvolgente, e ovviamente di provare le posture con un po’ di perseveranza, per apprezzarne gli effetti benefici. Infine, sempre a chi ne avesse voglia e non lo avesse ancora fatto, propongo anche di provare il potere salvifico e un po’ magico della corsa. Certo, sui monti delle Cinque Terre, con la vista che si perde tra verdi e blu, ha un altro sapore; ma correre è sempre un’esperienza bellissima, anche in un parco o sui marciapiedi di una città. Oltre a rimetterci in contatto con quello che erano i nostri antenati, vale a dire cacciatori che inseguivano correndo le prede fino a farle stramazzare dalla fatica (endurance hunting), ci fa sentire più vicini alla terra sotto i nostri piedi e all’anima dentro di noi, che ci sospinge nello sforzo e, come ben sa il mio compagno di allenamento, con esso rende più lievi certi suoi tormenti.

Stefano Massari