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«Che cosa ho imparato dagli sportivi…» Cristiano Pravadelli, direttore tecnico della Sport4LifeCoach, fa una pausa per pensarci. È un uomo riflessivo, non parla mai a caso. Poi dice: «Ho imparato diverse cose. Per esempio, che non c’è un modello universale, un metodo che si possa applicare a tutti indiscriminatamente. Io sono molto legato alle regole, ma gli sportivi mi hanno insegnato ad accettare che le regole devono essere una bussola, un orientamento di massima. Quando si prepara uno sportivo, è come nella moda: bisogna passare dal prêt-à-porter al taglio sartoriale: l’abito devi metterlo addosso alle persone. Un’altra cosa che mi hanno insegnato è a conoscere i limiti. Perché a volte quello che ci sembra un limite è solo un freno, e il limite è un po’ più in là. Gli sportivi lavorano nello spazio tra il freno e il limite, ed è interessante come atteggiamento nella vita, non solo nello sport.»

Stamattina nel centro di Sport4LifeCoach si svolge la seconda giornata di un progetto su Sport e Leadership. Cristiano e Paolo Loner stanno seguendo un gruppo di persone che hanno responsabilità aziendali: il principio è che lo sport è uno strumento per migliorare il lavoro di squadra e la gestione delle sfide. Nella palestra nel centro, un’azione di football americano e un’arrampicata sulla parete d’allenamento mostrano diversi stili di leadership, capacità decisionali, fiducia nel team. Cristiano si avvicina al gruppo che sta elaborando uno schema per passarsi la palla ovale e oltrepassare una certa linea del campo.

Veneto di Legnago, 54 anni, Cristiano è la figura di introverso a cui non piace farsi notare, non si esibisce, ma è comunque un leader riconosciuto. Da anni si occupa di comunicazione per le aziende, sia nel profit sia nel no profit, e lavora con le scuole, occupandosi di formazione, di temi educativi, parlando sia con i genitori sia con gli insegnanti. Il suo percorso professionale è ricco, fatto di esperienze solo apparentemente lontane, perché in realtà un filo rosso tiene tutto insieme: Cristiano si dedica agli altri, presta le sue conoscenze a chi ne ha bisogno per una difficoltà.

Ha lavorato per venticinque anni con la disabilità, da operatore sociosanitario. Ha aperto un laboratorio artistico, facendo esprimere i ragazzi col disegno e la pittura («Un veicolo per la relazione: a me interessava la relazione»). Parallelamente, mentre era impegnato col lavoro da Oss e aveva già superato i trent’anni, Cristiano si è laureato in Psicologia, con specializzazione in Psicologia dell’Educazione Clinica. Ha anche scritto diversi libri, uno dei quali si intitola Genitori in campo e ha ispirato il progetto omonimo con cui Sport4LifeCoach aiuta i genitori a sostenere il talento dei figli senza l’ossessione del successo fine a sé stesso.

Non ama parlare di sé, ma chi si trova a lavorarci parla di lui volentieri, con entusiasmo e gratitudine. Paolo Loner, in un momento di pausa in palestra, spiega: «A me Cristiano fa pensare alla lana di roccia: un materiale solido e accogliente al tempo stesso. È una persona capace di mettere ordine, sempre pronto ad aiutarti a capire, ad avvicinarti a quello che conosce.» Paolo è stato suo insegnante di coaching, più di dieci anni fa, lungo il percorso che ha portato Cristiano a diventare coach preparatore mentale FIT 2°. Lui dal canto suo si definisce «un uomo di dubbio» e sostiene che Paolo, «l’uomo dell’entusiasmo», lo abbia aiutato a passare dal pensiero all’azione. La loro collaborazione è solida e la loro complementarità è alla base di tanti progetti di Sport4LifeCoach.

Come direttore tecnico, Cristiano supervisiona tutti i progetti del centro. La sinergia tra le figure dei preparatori ha bisogno di connessione, confronto, gestione delle zone di confine. È un lavoro silente, basato sull’osservazione e sull’ascolto, sempre nel rispetto delle professionalità coinvolte. Si potrebbe dire che Cristiano sia un costruttore di ponti e un manutentore di relazioni.

Tra i progetti di cui si occupa più direttamente c’è Genitori in campo, dove può affiancare i genitori con la sua sensibilità. Per esempio aiutandoli a capire che la difficoltà di educare e accompagnare i figli è assolutamente normale e va accettata come un elemento che è parte del ruolo. Un altro progetto che Cristiano segue direttamente è Sport e Business, che supporta organizzazioni e aziende nell’affrontare dinamiche interne, sul piano individuale e collettivo (dalla comunicazione alla capacità di problem solving). L’attività sportiva come esplorazione che mette in luce, per analogia, dinamiche proprie del mondo del lavoro. Un’esperienza concreta, fuori dall’ambiente lavorativo e da ciò che il dipendente già conosce, sorprendentemente in grado di far riflettere sulla quotidianità aziendale e metterla a punto.

Adesso è interessante vedere Cristiano al lavoro su Sport e Leadership. Il gruppo forma un cerchio, accanto alla parete d’arrampicata, e lui è parte di quel cerchio mentre parla di quanto ha visto e sottolinea aspetti che riguardano l’area mentale, senza alzare la voce – senza variare quel tono gentile che usa di solito. È sorridente ma autorevole, parla di gioco ma con serietà.

Più tardi, fuori dalla palestra, mi spiega: «Nella mia esperienza con le persone fragili ho dovuto modulare il linguaggio. Quelle persone mi hanno allenato tantissimo. Dopo aver lavorato da Oss avevo bisogno di sperimentare facendo qualcosa che fosse mio. Ma c’era una dimensione di solitudine che mi pesava, e lavorando con gli altri professionisti di Sport4LifeCoach ho capito che mi piace essere parte di qualcosa. Ne ho bisogno. Questo non esclude il fatto che quando sono all’interno di un progetto collettivo mi piace metterci qualcosa di mio.»

L’attenzione al linguaggio, la ricerca delle parole giuste, è una caratteristica di Cristiano. Per raccontarsi, ne individua alcune che considera particolarmente importanti nel suo percorso. «Il termine allenamento è diventato una parola-chiave per me. Contiene la parola «lena», che indica il respiro di chi è nella fatica. Ecco, un’altra cosa che gli sportivi mi hanno insegnato è che se non rompi il fiato non ti stai allenando. Bisogna imparare a stare nella fatica, nello studio, nell’allenamento. Un’espressione che invece mi appartiene da sempre è lasciare una traccia. Lasciare un segno di sé. Non è un caso che mi sono diplomato al liceo artistico. Nella vita ho trovato modi diversi, diciamo che ho trovato pareti rupestri diverse per lasciare il mio segno» dice, sorridendo.

Poi indica dietro di sé: «A proposito di sport e leadership, parliamo di realtà aziendali ma in realtà stiamo parlando di pace, di negoziare col bisogno dell’altro. Il conflitto nei gruppi esplode perché non viene gestito, mentre dovremmo essere uomini di coraggio e affrontarlo. Sono cresciuto nell’ambiente scout e il motto del fondatore, Robert Baden-Powell, era: Cerchiamo di lasciare il mondo un po’ meglio di come l’abbiamo trovato. Ecco, il mondo l’abbiamo trovato, ci preesiste. Io sento molto il tema dell’eredità, e sopravvivere a sé stessi passa per la costruzione di qualcosa.»

Fuori è una giornata nuvolosa. Tra poco avrà inizio la presentazione di un libro nel centro di Sport4LifeCoach. Cristiano osserva il cielo dalle finestre. «Il mio lavoro ha a che fare con l’inconsistenza: preoccupazioni, ansie, paure. Agli atleti cerco di insegnare che lo sport non va declinato al risultato, ma al processo. Lo sport ha una funzione educativa strepitosa, e invece ci si ferma a guardare alla performance.» Insegna, Cristiano, e lo fa con una passione generosa. Apre un altro sorriso, e dice: «Sono nella fase della generatività. Ho bisogno che fioriscano cose.»

Tommaso Giagni