La buona pratica della variazione

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Più che una pratica, uno dei principi generali che applico alla mia vita e che consiglio ai miei clienti è un’abitudine. Il coaching ha a che fare con il miglioramento, che altro non è che un cambiamento di segno positivo. Le ricerche di neuroscienze affettive dell’ultimo ventennio dimostrano che il nostro cervello ha a cuore soprattutto la predicibilità e la stabilità: il cambiamento non è il benvenuto per lui, a meno che non riguardi la sicurezza (fisica e psicologica), la riproduzione, l’energia (calorie e protezione dal freddo) e poco altro.
La nostra propensione come specie ad acquisire facilmente abitudini e la nostra difficoltà a liberarcene, anche quando sappiamo che sono dannose, è un esempio del fatto che inconsciamente preferiamo sempre il certo all’incerto.

Di conseguenza come coach devo allenarmi costantemente a mantenere l’abitudine al cambiamento: devo allenare questa abitudine perché è innaturale e il mio cervello è proprio contrario per principio al cambiamento. Per lui, se ho superato i trent’anni, mi sono riprodotto (ho due figli) e ho calorie e calore a disposizione, sono pronto a invecchiare e morire: non ha nessuna motivazione a farmi vivere e stare in salute più lungo. Se invece voglio continuare vivere e vivere “bene”, devo tenere in allerta il mio cervello per mandargli il messaggio chiaro che ho ancora bisogno di lui, devo provocarlo, fargli capire che ci sono ancora sfide che richiedono la sua innaturale collaborazione. Lo sport, l’attività intellettuale, le esperienze nuove che faccio, segnalano al cervello che non è ancora il momento di smettere di mantenermi vivo.

Con questo obiettivo in mente, mi dedico in modo programmatico non tanto a creare nuove routine o abitudini salutari (che comunque aiutano) quanto a creare cambiamenti nelle abitudini che nel corso del tempo il mio cervello ha imparato a dare per scontate, introducendo variazioni e alternative che sconcertino il mio cervello, lo costringano a faticare e a uscire dagli automatismi che, se sono comodi e fanno risparmiare energia hanno però la controindicazione di favorire l’invecchiamento. 

Un cervello stimolato e sconcertato da piccoli stress si mantiene tonico, ovviamente gli stress devono essere piccoli e mirati.

Nel corso degli ultimi anni ho cercato di tenere allenato il mio cervello al cambiamento con queste tecniche che vi presento non per convincervi della loro efficacia ma come esempi di esperimenti di allenamento alla struttura del cambiamento:

  • Ho smesso di bere latte a colazione (l’ho bevuto per oltre 40anni) e iniziato a bere tè. Una volta che ho preso l’abitudine, ogni tanto, a sorpresa (per il mio cervello), bevo latte a colazione
  • Ho iniziato ad andare a lezione di chitarra da un professionista dopo che per trent’anni l’ho suonata da autodidatta: questo ha implicato riiniziare da zero per molti aspetti, ho dovuto disimparare e reimparare faticosamente da zero e poi reintegrare ciò che il mio corpo e le mie mani già “sapevano”
  • Ho iniziato a praticare una settimana di dieta mima-digiuno tre/quattro volte all’anno (sorprendendo il mio cervello, cresciuto nell’abbondanza alimentare dalla nascita, con periodi di carestia imprevista)
  • Ho interrotto il consumo di caffeina per settimane (passando da 7-10 caffè a 0 in un mese con relativa crisi di astinenza) per poi riprenderlo
  • Tendo a vedere serie televisive in lingue originali che non capisco (sottotitolate o meno dipende dal livello di stimolazione che voglio provocarmi): ebraico, turco, spagnolo, yiddish, russo

Allenare il cervello a variazioni provocate intenzionalmente permette di abituarlo al cambiamento di abitudine: in un certo senso il cervello impara a considerare possibile e non rischioso il cambiamento intenzionale. Non è importante quale abitudine modifichiamo, l’importante è che sia sotto il nostro controllo e che la modifica possa essere su aspetti reversibili. Se il cambiamento di abitudine non riesce, non è un problema, se ne può cercare un altro o ritentare più avanti, perché ciò che è importante è insegnarci l’abitudine al cambiamento intenzionale.

David Papini