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Conosco un signore di oltre ottant’anni, un bell’uomo, molto elegante, intelligente, spiritoso, coltissimo. Un libero professionista di successo al quale, tra le altre cose, voglio bene perché lo conosco da tanti anni e perché possiede molte, belle qualità. Eppure quest’uomo non può fare a meno, ogni volta che ci vediamo e questo avviene d’estate, quando siamo ambedue in vacanza, di parlare dell’importanza della sua vita, di nominare persone famose o molto famose di cui è amico, di descrivere le grandi barche o le grandi ville in cui i suoi figli, ai quali anche voglio bene, in questo momento si trovano insieme a un certo numero di camerieri, domestici e ovviamente altri amici importanti.  Questo signore pieno di charme non si rende conto che, il tal modo,

tradisce una profonda debolezza, che si manifesta appunto nella necessità di sciorinare quello che potremmo definire un trionfo economico sociale che tuttavia, alla nostra relazione, non aggiunge proprio nulla, anzi, per la sua stessa narrazione richiede del tempo che viceversa mi piacerebbe dedicare a parlare di lui e di me per quello che siamo, dei nostri pensieri, di come sia andato l’inverno passato e di cosa ci aspettiamo da quello che verrà. 

In verità, quest’uomo non ha colpe particolari, perché altro non fa che esprimere un’idea di vittoria e di successo largamente radicata nel mondo in cui viviamo. Un successo rappresentato dai conti in banca, dalla lunghezza delle barche, dai metri quadrati delle ville, dalla notorietà degli amici, o forse sarebbe più esatto dire conoscenti, e da tanti altri elementi che appartengono a una cultura orientata al potere e al risultato.

Questa cultura non mi piace, prima di tutto per quello che ha fatto a me: da ragazzo la mia unica preoccupazione era essere bravo, anzi molto bravo e in effetti ero bravissimo, sia a scuola che, più tardi, all’Università. Ma ero anche parecchio infelice, perché tutta la mia energia era dedicata al risultato, al voto e nemmeno un grammo di essa a chiedermi, ad esempio, se quello che studiavo mi piacesse davvero e perché. Tutte cose che ho capito dopo, quando ho trovato il coraggio di tracciare la mia strada, quella vera, in cui la bravura rimane importante, ma non ha senso se non è sostenuta dalla passione, dalla creatività, dall’amore per gli altri. Questa cultura non mi piace, in secondo luogo e di conseguenza, perché non ha alcun interesse per la felicità. O meglio la considera, in maniera assai grossolana, un portato inevitabile, scontato, del successo economico e sociale anziché un percorso, un sentiero.

Infine, non amo questa cultura per la sua voracità, che tende a far prevalere il fine rispetto al mezzo, a ingurgitare e poi sputare quello che avanza oppure, semplicemente, non piace più. Nei giorni passati i giornali, le televisioni, il mondo dell’informazione in generale, hanno celebrato le gesta di Matteo Berrettini, un tennista di 22 anni che negli ultimi mesi ha scalato prodigiosamente la classifica ATP fino ad entrare tra i primi 60 tennisti del mondo. Con Matteo lavoro da tempo e lo ammiro per il coraggio, la grande voglia di diventare ogni giorno migliore, la capacità di amare. In alcuni dei numerosi articoli scritti su di lui dopo la vittoria di Gstaad (suo primo titolo ATP) si sottolinea come alla base del suo successo vi siano pensieri nuovi e diversi metodi di allenamento, sia tennistico che mentale, che mettono al centro la sua crescita umana più che i suoi risultati. Tuttavia, e non possiamo non notarlo, si riconosce un merito a questa filosofia solo nel momento in cui Matteo vince. Il messaggio che passa è che l’attenzione alla persona e il lavoro per il suo sviluppo abbiano un senso soltanto nella misura in cui conducano, appunto, al successo. Ritengo sia vero esattamente l’inverso, penso che il nesso causale vada capovolto. I risultati straordinari di Matteo, per me, hanno un senso soltanto perché nascono dall’attenzione alla sua persona e dall’individuazione, la consapevolezza e l’allenamento delle sue potenzialità. Solo così tutti i sacrifici indispensabili a diventare un campione diventano accettabili anzi desiderabili, poiché avvengono sulla base della passione e di un disegno complessivo di crescita umana e conducono anzi contengono, in sé, il principio della felicità.

Sui media, già oggi, non si parla più di Matteo. Per forza, due giorni fa ha perso. Il suo valore non sarà più celebrato fino alla prossima vittoria quando in tanti di nuovo saranno conquistati dalla sua unicità in campo e fuori, ma naturalmente, prima o poi, perderà di nuovo e allora si parlerà di qualcun’altro. E così via. C’est la vie, direbbe quel signore bello, colto e un po’ fragile di cui parlavo poche righe più su. Manco per niente, dico io. La vita è diversa per ognuno di noi e dipende, almeno in parte, da quello che pensiamo e decidiamo, da quello che sentiamo, da quanto ci impegniamo. I risultati incredibili di Matteo mi esaltano, mi danno una grande gioia perché costituiscono il completamento di un lavoro bellissimo. Tuttavia, la felicità profonda che provo quando sono con lui o gli parlo al telefono, o semplicemente penso a lui e al lavoro che stiamo facendo, dipende da come osserva le sue debolezze e nutre le sue qualità, dal suono che fa mentre cresce, dallo spettacolo della sua anima, vasta come il cielo delle notti estive, quando lo guardi da un luogo buio e un po’ appartato e ti rendi conto di quante stelle contenga, di quanti altri mondi. 

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