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Riconoscere ed affrontare i comportamenti disfunzionali dei ragazzi sui banchi di scuola. 

Il mondo della scuola italiana non è, contrariamente a ciò che proviene dalle cronache, un crudo e degradato scenario  di episodi di violenza e bullismo. Il mondo della scuola italiano è soprattutto il complesso panorama di incomprensioni, conflitti e solitudini che provengono da adolescenti sempre più fragili e complessi e da adulti sempre più inadeguati e impotenti nel comprendere le reali ragioni del fenomeno. Questa problematica non riguarda semplicemente

l’educazione e la mancata acquisizione della dimensione normativa da parte dei ragazzi.  Essa ha origine con le difficoltà dei giovani ad affrontare gli ostacoli rispetto alle relazioni e allo studio in una fase ancora complessa come l’adolescenza. Che il fenomeno riguardi tutti i ragazzi  è esemplificabile dal comportamento di quello studente generalmente così educato e studioso che manifesta improvvisamente uno stato di crisi o un atteggiamento disfunzionale.  Quale ragione dietro a quell’attacco di rabbia da parte di quella studentessa “modello”? Perché un’insufficienza è capace di generare pianto in quel ragazzo di quasi vent’anni? Per quale motivo dopo un rimprovero, apparentemente banale, l’alunno interrompe il dialogo e si chiude in se stesso? Qual è la causa per cui l’adolescente adorabile e comunicativo nella gita scolastica, diviene provocatorio e fastidioso sui banchi di scuola?

Generalmente, dietro ogni malattia esiste sempre una salute che non riesce ad esprimersi: un comportamento socialmente inadeguato di un adolescente rivela cioè una risorsa interna, un’emozione o un bisogno psicologico che viene represso o svalutato . Questa negazione si manifesta spesso a scuola, perché essa rappresenta il luogo in cui il giovane sperimenta, senza i filtri genitoriali, l’esperienza del successo e della frustrazione difronte ad un compito, la fase dell’indipendenza e dello sviluppo delle relazioni.

Prendiamo l’esempio di quel tipo di studente che appare spesso distaccato e lontano dal contesto, quasi fosse perso in una dimensione tutta sua. Spesso questo tipo di alunno dimostra, soprattutto nelle prove scritte, notevoli capacità di pensiero: è creativo, riflessivo, dotato di grande immaginazione, risulta in grado di trovare risoluzioni alternative ai problemi matematici, può scrivere temi eccellenti, coltiva interessi culturali di natura contemplativa fuori dalle aule, quali cinema e musica, sviluppa idee nuove e originali per il suo futuro professionale. Tuttavia può succedere che questo tipo di ragazzo vada in difficoltà o perché sovraccaricato di impegni o perché ultra sollecitato dagli insegnanti al raggiungimento di risultati. In questo caso lo studente, naturalmente orientato all’elaborazione in solitudine e al bisogno di tempi dilati,  può tendere a ritirarsi sempre di più in se stesso e a  rifiutare il contatto e il coinvolgimento. Le sue performance ne risentono, la sua partecipazione languisce, a volte prende ad assentarsi, nei casi più estremi non termina l’anno scolastico o abbandona. Perché questo comportamento disfunzionale? Alla base di questo tipo di alunno c’è un reale bisogno di veder potenziata la propria autonomia e la fiducia in se stesso. Il ragazzo è spesso cresciuto sviluppando la convinzione che per andare bene sia necessario rifiutare le emozioni, mostrarsi esternamente “forte” e non domandare l’aiuto dell’altro. Per questo difronte ad una critica o ad una svalutazione o ancora ad una situazione stressogena che non riesce a gestire può trovare conferma che lui “non è voluto” e che non ha valore. La sua reazione tipica è allora sottrarsi al gioco, diventare trasparente, abbassare l’energia nello studio, ridurre  il coinvolgimento nelle interazioni.

Come aiutarlo a uscire dal suo stallo? Rivolgersi a lui in modo chiaro e direttivo, invitandolo a riprendere in mano la sua vita scolastica, ma senza assillarlo di impegni e richieste. Con questo tipo di alunno è fondamentale la pianificazione dello studio e la chiarezza dei tempi. Si tratta infatti di un adolescente che non ha scoperto del tutto la sua autonomia e inconsciamente comunica con il suo silenzio di una guida ferma che lo smuova dalle paludi del suo immobilismo.

Vi è poi il caso di quello studente tendenzialmente estroverso e dinamico: alle volte può sembrare annoiato a scuola, ma dimostra grande capacità di adattamento nelle relazioni con gli insegnanti, brilla negli stage ed è in grado di trascinare il gruppo classe in situazioni particolarmente adrenaliniche come competizioni, gite, eventi. Questo tipo di alunno spesso non ama lo studio in modo spontaneo e incondizionato ma riesce a produrre risultati soprattutto quando l’apprendimento è vincolato a premi e riconoscimenti esterni. Il suo punto di forza attitudinale è la capacità di piacere alle persone, di farsi apprezzare per la sua vitalità, tuttavia è anche in grado di manifestare comportamenti manipolatori e distruttivi nelle relazioni con compagni e docenti, proprio quando gli stimoli con cui alimenta la sua motivazione vengono a mancare. Quando sopraggiunge un’assenza di azione e di sfide che trasforma la lezione in una sequenza di scambi verbali teorici, la sua motivazione languisce e genera degli atteggiamenti  tipici. Troviamo allora il ragazzo a disseminare conflitti tra i compagni o tra compagni e professori ( “Perché questo  voto a me che sono il migliore in questa classe, dove tanti non fanno nulla?” Afferma con tono scostante ad un insegnate davanti ai compagni stupefatti) , svalutando quel clima relazione positivo che lui stesso contribuiva a creare. Alle radici di queste manifestazioni esistono caratteristiche comportamentali strutturatesi nella crescita: l’alunno in questione è cresciuto con una forte indipendenza interiore e con la convinzione che il legami intimi con gli altri possano essere causa di problemi e sofferenze. Perciò tende a riversare su di essi la sua frustrazione e il risentimento che ha invece altri cause.

Come reagire difronte ad un simile atteggiamento? Mostrarsi eccessivamente arrendevoli e comprensivi può inasprire questo tipo di comportamento che invece necessita di una risposta ferma e sulla stessa lunghezza di forza. In questo caso la reazione migliore del docente è quella di riportare in modo direttivo il ragazzo a recuperare quegli stimoli di cui necessita ( “Come pensi di dimostraci di essere il migliore?” ), a ritrovare il contatto, per lui vitale, con la sfida e l’azione. 

Che dire invece quando è lo studente perfetto, il primo della classe a manifestare atteggiamenti conflittuali e aggressivi? Soprattutto a molti docenti del liceo sarà accaduto di dover gestire una classe in cui un gruppo di alunni piuttosto brillanti e con eccellenti risultati scolastici è attraversato da tensioni continue e atteggiamenti di competitività latente, in grado alle volte di esplodere in liti o conflitti. Si tratta di tipologia di ragazzi che trova la ragione della sua efficacia nello studio in una forte attitudine al pensiero: fin da piccoli questi studenti hanno compreso che la capacità di saper ragionare in modo chiaro, essere responsabili nei confronti degli impegni, organizzare i compiti e gli impegni rappresentavano un’attitudine vincente nelle diverse situazioni del quotidiano, orientamento che viene rinforzato con riconoscimenti da parte dei genitori. Viceversa questi ragazzi hanno sviluppato una certa difficoltà nel gestire alcune emozioni: se il pensare li rende forti e adulti, il sentire per loro è cagione di debolezza, fragilità, fallimento. Perciò davanti ad una prova che appare troppo impegnativa, un risultato scolastico che non corrisponde alle aspettative, un mancato riconoscimento del valore che loro attribuiscono allo studio,  vanno in crisi perché costretti a sperimentare quelle emozioni di paura (di non essere abbastanza bravo) e dolore (di fallire) che loro negano e compensano con la maschera dell’aggressività.

Come reagire con questo tipo di ragazzo? Ad uno studente del genere, abituato a “vivere nella testa” è fondamentale spiegare in maniera chiara e definita le ragioni di quel voto, il perché di quel criterio di valutazione. Inoltre è necessario attribuire quei riconoscimenti al processo di apprendimento che per lui sono fonte vitale  di motivazione e che mancando, generano tensione e rancore. Tuttavia l’obiettivo principale in termini di maturazione e sviluppo per tale tipo di studente è rappresentato dall’acquisizione della capacità di riconoscere e gestire le emozioni, integrandole consapevolmente nella sua identità. Per questo motivo è fondamentale che un insegnante sia in grado di condurre il ragazzo a riconoscere il valore di un fallimento e a gestire la paura di non essere abbastanza perfetto. 

Un esempio pratico può essere dato dal provare a sostituire le tradizionali prove di conoscenza con verifiche di competenza: lo studente si abituerà a dover affrontare una valutazione senza poter gestire tutte le informazioni di studio, apprendendo a vivere in modo più “naturale” la prestazione. Un altro strumento importante può essere dato dalla mutuazione del voto numerico con giudizi strutturati e completi sul suo processo di apprendimento. L’abolizione dell’indicatore numerico  con valutazioni in grado di attribuire riconoscimenti più autentici e significativi ai ragazzi è il primo passaggio evolutivo per una scuola che ambisca allo sviluppo di una sana ed equilibrata consapevolezza di sé nei giovani.

Veniamo al caso di quella tipologia di studente definito comunemente come “sensibile” per le sue spiccate doti umane ma anche per l’estrema fragilità difronte a sfide dal forte carico emozionale, soprattutto quando esse implicano un giudizio che può essere potenzialmente negativo nei suoi confronti. Questo genere di ragazzo, generalmente di sesso femminile,  soffre particolarmente l’insuccesso scolastico perché implicitamente teme di perdere la considerazione che l’insegnante e i genitori possono avere di lui. All’interno del gruppo classe il ragazzo  tende a non far sentire la sua voce e ad adattarsi alla volontà generale. Tale attitudine lo penalizza anche nella relazione con i docenti, “paralizzandosi” al cospetto di un insegnante particolarmente autoritario, auto-censurando la propria voce interiore nell’espressione di tutte quelle opinioni che potrebbero aprire un potenziale contradditorio col professore. Nelle situazioni di crisi l’alunno reagisce infatti o mascherando il proprio disagio col sorriso o attraverso crisi di pianto,  quei comportamenti funzionali a compensare la rabbia che prova realmente ma che non riesce ad esprimere. Questo ragazzo, nel suo percorso di crescita, è cresciuto sviluppando  forti sensi di colpa rispetto all’emozione della collera, che non riesce a riconoscere ed esprimere in modo equilibrato. Il modo migliore per interagire con lui è invitarlo con calore ed affettività a razionalizzare la situazione di difficoltà, conducendolo a visualizzare la differenza tra la  percezione (esasperata) della situazione e la sua reale portata. Per questa tipologia di studente è fondamentale la relazione umana: il ragazzo deve sentire che si può fidare di qualcuno che gli riconosce valore e apprezzamento. In questo caso sarà più facile condurlo a riflettere in modo chiaro rispetto alle criticità del suo vissuto  e ad esprimere liberamente e in modo funzionale il suo reale punto di vista.

Esiste un’ ulteriore categoria di alunno, estremamente nota e diffusa: si tratta di quella tipologia di ragazzo che tende a mettersi in luce per la sua naturale simpatia e spontaneità. Ama far divertire la classe con le sue battute e alle volte riesce a strappare un sorriso anche a quel docente noto per la sua seriosità ed autorevolezza. Durante le lezioni il suo atteggiamento è altalenante: può interagire con grande brillantezza e competenza quando l’argomento o chi lo propone lo interessa e lo coinvolge, può risultare fastidioso e “di disturbo” quando la tematica o il professore assumono il volto della sua più grande nemica: la noia. Questo tipo di ragazzo detesta la cosiddetta “lezione frontale” che lo priva del contatto  e delle interazioni vitali con gli altri, si irrita difronte ad un sovraccarico di informazioni, abbassa il livello della sua motivazione quando l’argomento trattato è poco emotivo e coinvolgente. In questo caso  l’atteggiamento più tipico è il disturbo o peggio la provocazione rivolta a compagni e professori: il gioco disfunzionale e negativo è pur sempre preferibile all’assenza di gioco! 

Vi è un’ulteriore problematica tipica di questo tipo di alunno, legata alla sua difficoltà nel farsi carico degli impegni e delle responsabilità . In classe tende ad evitare la fatica dello studio, stimolando i compagni a fare al posto suo, si assenta spesso alle verifiche, e soprattutto reagisce in modo infantile e immaturo difronte ad una valutazione negativa. In questo caso tende a rigettare la colpa sull’insegnante, sui compagni, sulla situazione, deresponsabilizzandosi rispetto alle proprie mancanze.

Se è vero che questo tipo di ragazzo offre il meglio di sé con un insegnante sul modello del professor Keating del film “L’attimo fuggente”, in grado di condurlo nel mondo colorato dell’emozionalità, è anche vero che la sua effettiva maturazione passa inevitabilmente per l’assunzione delle proprie concrete responsabilità nei confronti della vita. Perciò è fondamentale che il docente, pur mantenendo vivo e stimolante il dialogo, non lo sottragga all’esperienza del confronto con gli impegni scolastici, portando l’inguaribile Peter Pan a usare in modo costruttivo la sua innata e inesauribile creatività. 

Per quanto possa sembrare difficile, in una società che ci orienta sempre di più al compito e alla performance , dedicare e spendere il nostro tempo alla comprensione e gestione delle relazioni risulta l’investimento migliore in termini di risultati professionali e di realizzazione personale.

Riccardo Spadoni

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