AndreAgassi

Tra talento, tormento e realizzazione personale. 

Sono cinque i coach di cui Andre Agassi parla nell’autobiografia “Open”. Il padre Mike Agassi, Nick Bollettieri, Gil Reyes, Brad Gilbert e Darren Cahill. Di quest’ultimo, tuttavia, non ci occuperemo in questo articolo. Seguì Agassi dal 2002 al 2006, ma nel libro il suo ruolo risulta marginale rispetto a quello degli altri quattro.

Mike Agassi: talento e tormento

Il primo coach di Andre fu proprio il padre. Tra i tratti di Mike Agassi c’erano sicuramente una grande passione per il tennis, l’ossessione per la vittoria e una violenza profonda,

quasi incontenibile. “Violento di natura, mio padre è sempre pronto alla battaglia. Si allena continuamente contro l’ombra. Tiene un manico d’ascia nella sua auto.”[2] Ma non si era limitato a questo. Aveva costruito lui stesso il campo da tennis sul quale allenava il figlio e trasformato la macchina lanciapalle in una specie di mostro. “Mio padre vuole che il drago troneggi su di me non soltanto per incutermi rispetto e ottenere la mia attenzione. Vuole che le palle che escono dalla sua bocca atterrino ai miei piedi come se fossero sganciate da un aereo. (…) Devo colpire ogni palla d’anticipo, altrimenti mi rimbalzerebbe oltre la testa.”[4]

Ossessionato dalla vittoria, era concentrato soltanto sugli obiettivi che lui aveva in mente per il figlio, senza tenere nella minima considerazione la vera vocazione di Andre, vale a dire le sue passioni, le sue attitudini, la sua volontà.[6]. Contava soltanto che il ragazzo vincesse, facendo esattamente quello che il padre gli chiedeva di fare. Senza errori, nemmeno i più piccoli. Qui emerge un altro lato di Mike Agassi che influenzò la carriera del figlio e che rischiò di interromperla in più di un’occasione. Il perfezionismo. Scrive Andre a proposito degli allenamenti con il padre: “Ogni colpo riuscito è dato per scontato, ogni colpo mancato scatena una crisi.”[8] Come dire: se non sei perfetto, non sei un campione.

Mike Agassi allenò suo figlio al perfezionismo per anni ed anni, incessantemente. Finché Andre fece totalmente suo il paradigma paterno. Per molto tempo questo gli impedì di confrontarsi con i propri limiti, il perfezionista rifiuta l’errore, di lavorarci e dunque di migliorare. In più di un’occasione, dopo una gara negativa, Andre pensò seriamente al ritiro. Alla ricerca perenne del colpo perfetto, perse molti più punti e molti più match di quanti avrebbe dovuto. E fu molto meno felice di quanto, forse, avrebbe potuto.

Nick Bollettieri: la scuola

A Mike Agassi non mancava sicuramente l’intelligenza per capire che il figlio, per diventare un campione vero, aveva bisogno di un maestro migliore di lui. Anzi, di una vera e propria scuola. Quella di Nick Bollettieri. Le sofferenze, per il giovane Andre, non erano certo finite. Anzi.

Se la motivazione intrinseca viene sostenuta dalla soddisfazione dei bisogni di autonomia, competenza e relazionalità[10]. Agassi, nel libro, non si pronuncia rispetto all’autonomia nell’apprendimento, dunque non ci è dato sapere in che misura vi fosse una condivisione degli obiettivi tra i maestri e i ragazzi. Così come il libro non fa alcun particolare riferimento ai metodi di allenamento tecnico dell’Accademia di Bollettieri. Probabilmente la scuola era diventata, nel tempo, un centro di selezione tra giovani tennisti che avevano già dimostrato di avere talento, per portare competenze straordinarie a livelli ancora superiori. Agassi, Chang, Courier, Serena e Venus Williams, Monica Seles, per citarne solo alcuni, starebbero a testimoniare proprio questo. Nessun dubbio, invece, sulla mancanza di relazioni umane positive. A quanto scrive Agassi, i rapporti tra ragazzi erano basati principalmente sulla brutalità e quelli tra i ragazzi e la scuola erano molto freddi. Nike Bollettieri, cha aveva la fama di un imbroglione attento solo ai soldi, non aveva quasi alcun rapporto personale con i giovani tennisti, mentre i maestri della scuola vengono descritti come emanazioni del grande capo, senza una loro personalità.

La quasi totale assenza di umanità e di empatia sarà una delle caratteristiche della relazione tra Bolletteri ed Agassi, anche quando Nick diventerà il personal coach di Andre. Scrive Agassi: “Non mi aspetto molto da lui affettivamente.”[12] In questo consiglio non vi è solo sapienza tennistica, ma anche una profonda conoscenza dell’atleta. Sarà questo uno degli spunti sui quali, qualche anno dopo, insisterà di più Brad Gilbert e che provocherà un cambiamento determinante nel gioco di Agassi.

Molto minore era la capacità di Bollettieri di sostenere il giovane campione in situazioni stressanti. Ecco cosa accadde al Roland Garros, nel 1991. Andre sta giocando la finale con Courier, quando inizia a piovere. Il match viene interrotto e i tennisti rientrano nello spogliatoio, in attesa che il tempo migliori. “Entra Nick e io lo guardo in cerca di incoraggiamento, ma lui non dice niente. Niente. Da un po’ mi sono reso conto che continuo con Nick per abitudine e lealtà, non per le sue qualità di coach. In questo momento, tuttavia, non è di istruzioni o consiglio che ho bisogno, ma di una dimostrazione di umanità, che è uno dei doveri di un coach. Ho bisogno di comprensione in un momento così carico di adrenalina. È chiedere troppo?”[14]

Gil Reyes: talento e realizzazione personale

Gil Reyes fu una delle figure più importanti e positive della vita di Andre Agassi. Il primo, tra i professionisti che lavoravano per lui, a offrirgli ascolto, comprensione, umanità e dunque la possibilità di svilupparsi come persona oltre che come atleta. Un alleato formidabile per iniziare a trasformare una vita fatta, sino ad allora, quasi esclusivamente di sofferenza. “Gli spiego che la mia vita non mi è mai appartenuta neppure per un giorno. È sempre stata di qualcun altro. Prima mio padre. Poi Nick. E sempre, sempre il tennis. Perfino il mio corpo non era mio prima che incontrassi Gil, che sta facendo quello che dovrebbe essere il compito di un padre. Rendermi più forte.”[16]

In primo luogo, la capacità di infondere tranquillità, fiducia e determinazione.

L’azione di Gil sulle emozioni di Andre era efficace non soltanto prima o durante partite, ma addirittura fuori dal campo, nei momenti più delicati della vita. Quando Agassi fu operato al polso destro, pretese la presenza di Gil in sala operatoria. “Mi coprono naso e bocca con la mascherina (…) Gil è qui, mi dico. Ci pensa lui. Gil è in servizio. Andrà tutto bene.”[18] 

Terza straordinaria qualità di Gil era il modo di comportarsi.

Mai polemico sugli errori, trasformava le vittorie e le sconfitte in occasioni di apprendimento. Nel 2000 Agassi perde al terzo turno a Roma, al secondo turno a Parigi, in semifinale a Wimbledon. La madre e la sorella hanno il cancro. Prima degli US Open pensa al ritiro. “Tu non sai giocare, dice Gil, a meno che non ti senti ispirato. È la tua natura. Lo è sempre stata, da quando avevi 19 anni. Ma non puoi sentirti ispirato a meno che i tuoi cari non stiano tutti bene. E io ti porto affetto per questo”.[20] In un contesto votato al miglioramento continuo delle prestazioni fisiche di Agassi, Gil cercava di trasferire ad Andre parte del suo sapere, per renderlo consapevole del lavoro che stavano svolgendo insieme.[22] Gil Reyes, a differenza di Mike Agassi ed anche di Nick Bollettieri, sapeva perfettamente come soddisfare i tre bisogni alla base della motivazione intrinseca (vedi sopra).

La capacità di Gil di gestire situazioni stressanti emerge in più di un’occasione.

Un esempio per tutti: il giorno prima di giocare la semifinale degli US Open del 1994, Agassi legge un articolo in cui un giornalista (Lupica) scrive che Andre non è un campione. Questo provoca una crisi immediata. In un attimo, Andre mette tutto in discussione: le sue possibilità di vincere il torneo, il suo valore come tennista, la sua scelta dell’allenatore, persino la sua relazione con la Shields. Un’esplosione di pessimismo assolutamente pervasivo. Gil lo aiuta a ritrovare la calma, arrestando la fuga di pensieri negativi. Gli ripete due volte: “Controlla quello che puoi.” Riporta la sua attenzione sul qui ed ora.[24]

Le qualità di Gil Reyes non si esauriscono qui. Tra le tante altre che si potrebbero ricordare, forse la più importante per Agassi fu la capacità che il suo coach aveva di offrirgli ispirazione. “Dagli appunti di Gil, dalla cura che gli dedica, dal modo in cui non salta mai un giorno, capisco che io lo ispiro quanto lui ispira me”.[26] Difficile esprimere meglio l’essenza del suo lavoro di coach, l’unico vero life coach che Agassi abbia mai avuto, rivolto non tanto all’analisi dei sogni fatti ad occhi chiusi, quanto alla ricerca, alla scoperta e alla realizzazione di quelli fatti ad occhi aperti.

Brad Gilbert: eccellenza vs perfezionismo

Nel marzo del 1994 Agassi conosce Brad Gilbert, l’uomo che più di ogni altro cambierà il suo modo di stare in campo. Brad è l’autore di un libro: Winning Ugly. Nel titolo c’è tutta la filosofia di Brad e, in nuce, tutto il lavoro che svolgerà per trasformare Andre in un giocatore vincente. Al loro primo incontro, Brad dimostra grande autenticità e, soprattutto, una conoscenza raffinata del tennista e dell’uomo che ha di fronte. “Cerchi sempre di essere perfetto senza riuscirci, dice, e questo ti fa andare fuori di testa. La tua fiducia in te stesso è distrutta e la colpa è del perfezionismo. Cerchi di fare di ogni tiro un vincente, quando essere costante, continuo, terra terra, ti basterebbe per vincere il novanta per cento delle volte” (Open, pag. 240)

Brad attacca subito il perfezionismo e lo collega alla fiducia. La convinzione di riuscire è legata alla percezione delle proprie abilità rispetto a un compito dato ed ha importanti riflessi sia sulla prestazione sia sulla valutazione della prestazione.[28] Qui Gilbert alza il tiro: non soltanto il perfezionismo annienta la fiducia in sé, ma conduce anche all’infelicità. Il credo di Gilbert è molto più pragmatico: “Non devi per forza essere il migliore del mondo ogni volta che scendi in campo. Devi essere soltanto meglio di un’altra persona.”  Questo è vincere sporco. Non pensare di raggiungere la perfezione, non pensare di non avere limiti, ma vincere nonostante i propri limiti, facendo leva su quelli dell’avversario. “Smetti di pensare a te e al tuo gioco e ricordati che il tizio dall’altra parte della rete ha dei punti deboli. Attacca i suoi punti deboli.”  In termini più tecnici, diremmo che Gilbert stava spingendo Agassi ad un minore orientamento al sé e a un maggiore orientamento al compito che, in questo caso, include considerare i punti deboli dell’avversario. Dopo quel primo incontro, Brad seguirà Andre per otto anni.

Alla competenza tecnica Brad unisce la capacità di capire Andre come persona e questo contribuisce, assieme alla presenza continua ed essenziale di Gil, a scalfire il sistema totalitario costruito da Mike Agassi anni prima. Scrive Andre a proposito di Gilbert: “La sua tesi che il perfezionismo è facoltativo mi dà serenità (…) Nessuno me l’aveva detto prima.”[30] A seguire vincerà sullo slancio anche gli US Open.

Vincere sporco costituisce l’asse attorno al quale ruota tutto il lavoro di Brad e Andre.

Ma Gilbert non si limita a questa idea. È dotato di una fervida creatività. Nel suo caso, il pensiero laterale serve a trovare ogni volta le leve per mettere Andre in movimento. Così, l’estate del 1995 viene trasformata da Brad nell’estate della vendetta. Gilbert usa alcune dichiarazioni di Becker su Agassi per scatenare Andre. Dice: “Voglio che tu faccia fuori questo stronzo.”[32] Nei primi otto mesi del 1995 vince 63 incontri su 70 e poi batte lo stesso Becker nelle semifinali degli US Open. 

Gilbert è un coach molto solido anche nelle difficoltà. Nel 1997 Agassi sembra a un punto morto della sua carriera. È provato dalle relazioni personali, indebolito dall’uso delle droghe. Dopo l’ennesima sconfitta, Gilbert dimostra di nuovo creatività e, questa volta, anche molto coraggio. Mette Andre con le spalle al muro. “O lasci perdere – o ricominci. Ma non puoi continuare a umiliarti in questa maniera. (…) Sto parlando di ripartire da zero”.[34] Il giorno dopo Agassi vince il quarto set. In ventotto minuti esatti.

In finale lo aspetta Medvedev, che vince il primo set. Di nuovo inizia a piovere. Negli spogliatoi, in attesa che il tempo si ristabilisca, Andre si sente perso. Inizia un racconto del fatalismo in cui lui scompare, non ha alcun potere: “È troppo in gamba, Brad. È semplicemente troppo in gamba. Non posso batterlo. Questo stronzo è alto 1,98, serve delle bombe e non sbaglia mai. Mi fa male con la sua battuta, mi fa male con il rovescio (…) Non sono capace.” Gilbert risponde come una furia: “Non puoi giudicare come gioca! Sei così confuso là fuori, così accecato dal panico. (…) Lasciati andare. Se devi perdere, fallo alle tue condizioni. (…) Costringilo ad affrontarti. Fagli sentire che ci sei.”[36] Da un altro lato l’oscillazione, a seconda dei momenti, tra l’abbassamento delle aspettative e l’individuazione creativa di obiettivi risultato molto precisi che, anziché pesare su Agassi, agivano da straordinarie molle motivazionali. Infine, una conoscenza e un rispetto molto profondi e imprescindibili di Andre Agassi, come tennista e come essere umano.

Conclusioni

Andre Agassi ha giocato oltre mille incontri affrontando tennisti di tre diverse generazioni. Basti pensare a campioni straordinari come Jmmy Connors, Pete Sampras e Roger Federer. Eppure, per quanto questo pensiero possa sembrare retorico, i suoi avversari più difficili molto spesso non si trovavano dall'altra parte della rete, ma dentro di lui.

La sua vita è stata segnata dal rapporto con il padre. I primi anni passati quasi interamente sul campo di cemento di Las Vegas non hanno modellato soltanto la struttura tennistica di Agassi, ma anche quella personale.

Il sistema totalitario e violento usato dal padre Mike costituisce l’ennesima dimostrazione che l’allenamento del talento senza la considerazione della persona che lo possiede può portare a risultati particolarmente dolorosi sotto il profilo umano. È innegabile che quegli stessi anni hanno contribuito a creare uno dei più grandi tennisti del mondo. Questo non significa che il metodo funzioni. Al contrario. Riteniamo che lo sviluppo del talento non possa prescindere dalla considerazione e dallo sviluppo delle passioni e delle potenzialità. Non ci piacciono le vittorie se i mezzi usati per raggiungerle non sono etici e quelli di Mike non lo erano, perché non prendevano in minima considerazione l’individuo. Non ci interessano i risultati se ottenuti sacrificando la felicità.

Certamente non è stato Nick Bollettieri a migliorare la vita di Agassi. Era anche lui troppo concentrato su se stesso e sui propri obiettivi personali, la fama e il denaro, soprattutto il denaro, per occuparsi delle persone con cui veniva in contatto. Non è un caso che il libro parli di Bollettieri molto più come capo e responsabile della Nick Bollettieri Tennis Academy che non come personal coach.

Brad Gilbert ha avuto un ruolo decisivo sotto il profilo professionale e importante sotto quello umano. È stato fondamentale nell’attacco al perfezionismo, al quale Agassi è stato allenato senza sosta dal padre Mike e che per moltissimi anni lo ha reso un tennista più debole e un uomo insicuro e infelice. Gilbert fu un coach competente, creativo e coraggioso, sotto tutti i punti di vista.

Ma la persona che cambiò davvero e profondamente la vita di Agassi fu Gil Reyes. Perché, per la prima volta, Andre fu ascoltato e si ascoltò fino in fondo. Gil è stato l’unico coach che ha dato spazio allo sviluppo della personalità di Agassi e lo ha allenato a realizzarsi pienamente nello sport e nella vita. È stato lui a individuare e poi a rivelare ad Andre alcuni tratti della sua personalità che sarebbero risultati tanto importanti, in particolare la sua grande carica spirituale e il suo amore per gli altri che è ha ispirato, nella seconda parte della sua carriera, il suo successo sportivo e lo ha spinto a realizzare il suo maggior capolavoro: l’Andre Agassi College Preparatory Academy. Un luogo dove moltissimi bambini, che vengono da condizioni sociali particolarmente difficili, riescono a fare sport, a studiare, a seguire le proprie passioni, a prepararsi alla vita. A crescere come Andre, da bambino, non ha potuto fare.

Stefano Massari

 

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